M.GAUTHEIR

Testo critico - 1954

Il conoscitore pensa a Tiepolo, a Guardi, al veloce Piazzetta, all’acrobatico Magnasco e sapientemente collega Calogero alla ricca famiglia italiana dei barocchi italiani che affidarono ai colori del loro sogno tante chiese e palazzi.
Attraverso la lucentezza della sua arte è appena percettibile una sorta di angoscia repressa. Non è evidente, né facile, né superficiale. È originata dalla presenza quasi fisica della natura fluttuante del vulcano che l’ha visto nascere. E a tale proposito Calogero mi disse: “Non ho avuto un’infanzia molto felice, però non rimpiango d’aver sofferto...”.
Il duro tirocinio che ha portato questo artista alla ribalta è completamente diverso da quello eseguito in genere nelle Accademie pubbliche o private da cui l’individuo emerge, più o meno spesso, privato da tutto ciò che non sia principalmente acquisito dallo studio, dal talento e dal genio e inoltre da quell’esperienza di vita che gli potrebbe dare la possibilità di ripiego in caso di fallimento della carriera intrapresa. Dipingere, a mio avviso, è solo un fatto mentale. Leonardo da Vinci, a questo proposito, come molti altri, diceva la verità. Ma la pittura è altresì un fatto manuale.
Dipingere in qualunque vecchia maniera come si fa troppo spesso al giorno d’oggi, qualsiasi cosa che colpisca mentalmente, può ogni tanto dare risultati il cui fascino può essere aleatorio.


È importante dipingere bene, vale a dire saper elaborare, un profondo contenuto, un sano e prezioso argomento rigorosamente assicurato, contro un disonorevole svantaggio di deterioramento che altererebbe col tempo l’armonia del colore e della pittura di fondo, elementi che devono invece risultare assolutamente legati e consolidati fra loro.
I dipinti di Jean Calogero sono fatti per invecchiare mirabilmente. Non sono prodotti casuali, ma di un metodo e di una determinazione. Ciò è abbastanza raro per essere un degno punto di merito.
Le opere di Calogero hanno un movimento, un’inspiegabile luminosità, la ricetta di cui si andrebbe invano alla ricerca di dissertazione sull’estetica. Sia l’iniziato che il profano ne vengono colpiti. È il grande mistero del talento, un miracolo che accade senza l’aiuto della pedagogia e che non si è mai ripetuto due volte.

W.GEORGE

Testo critico - 1956

Con una tecnica che gli permette di catturare istantaneamente il momento fuggevole, Calogero matura uno stile espressivo originale e nuovo. E a questo punto la sua visione punta ad esplorare il tempo… e ricostruire Parigi come la città dei suo sogni.
Un dipinto che nei suoi occhi è un oggetto favoloso, pieno di poesia, Parigi, come Calogero la vide non ha niente in comune con la città che Camille Pissarro, Pierre Bonnard, Edouard Vuillard, Albert Marquet o Maurice Utrillo dipinsero.
C’è un piccolo motivo per sospettare che il nostro artista siciliano abbia provato a rendere la luce, il colore dell’atmosfera di Parigi. I cieli grigi l’Île de France, i cieli che Corot amò non hanno affascinato Calogero, il cui stile è tuttavia una veloce e sensibile rassegna di sensazioni così coincise così esatte come stenografate. Le sue superfici sono rotte da linee di colore, tutti i suoi schizzi sono irregolari. Le facciate delle sue case, le finestre dei suoi magazzini. i manifesti, le donne che gironzolano per le strade, e persino le loro ombre, tutte sono rese esattamente nella stessa maniera.
Ma lo scintillante “tachisme” di Calogero è derivato direttamente dalla tecnica della scuola italiana del XIX secolo dei “Macchiaioli” tuttavia non è molto lontano dal seguire il sistema fotografico dell’impressionismo, come era praticato sugli argini della Senna al tempo di Claude Monet; usando una tecnica che gli permette di captare istantaneamente il momento che fugge, Calogero ottiene uno stile di espressione che è allo stesso tempo originale e nuovo. L'intuizione funziona qui come uno strumento per esplorare il tempo.


Le opere di Calogero possono essere classificate, non a periodi, ma alla fine, tramite una serie distinta di pittura. La sua produzione talvolta include burattini e scena di vita silenziosa, gli oscuri e fantastici paesaggi che sono le scene d’azione in dialogo, e le brillanti vedute di Parigi dove il tratto dell’artista è diverso da quello del suo periodo italiano.
I due poli dell’opera di Calogero sembra siano il suo amore per la finzione e il suo senso della realtà. A volte questi due estremi si incontrano. Un Argonauta si armava dalla testa ai piedi, Calogero si avvia a conquistare nuovi continenti e isole misteriose.
I suoi vivi interessi, il suo osare, il suo spirito d’avventura e il suo istinto come un lirico visionario, tutto questo gli impedisce di far uso delle forme già inventate della produzione di serie.

M. Gautheir “Il conoscitore pensa a Tiepolo, a Guardi, al veloce Piazzetta, all’acrobatico Magnasco e sapientemente collega Calogero alla ricca famiglia italiana dei barocchi italiani che affidarono ai colori del loro sogno tante chiese e palazzi."

W. George "Con una tecnica che gli permette di catturare istantaneamente il momento fuggevole, Calogero matura uno stile espressivo originale e nuovo. E a questo punto la sua visione punta ad esplorare il tempo."

F.C. TOUSSAINT

Testo critico - 1958

Nella sua orchestrazione finale, questo mondo strano e barocco, pieno di vita, fatto di memorie, forse di presentimenti, è così esatto nella sua dissertazione che i più severi classicisti lo invidierebbero.
Calogero... il suo nome musicale sembra derivare dall’alterazione della parola calligrafica. Questa può essere la definizione migliore del suo stile.
Da quando lo spazio sovrappopolato può entrare nella vita solo tramite autoaffermazione e tecnica accurata, Calogero non ha mai usato la netta e austera linea di una architettura esistente.
Ma la sua linea è lontana dall’essere insignificante. È come se vedesse attraverso una finestra appannata o riflesso in uno stagno increspato dal vento. Ma bisogna fare un paragone tra la fila modellata dei pilastri delle chiese italiane e le severe colonne classiche, per vedere che la visione di Calogero aumenta. In realtà Venezia gli ha insegnato tutto questo. I paesaggi della Concorde, di Roma o di Venezia, seguendo il nostro occhio mai immobile, danzano sempre un lento, allegro e garbato minuetto molto simile a quello dei palazzi riflessi nei canali e nelle fontane. Sempre mutevole e versatile Calogero si ritiene maestro di ogni tecnica e di ogni mezzo. I suoi dipinti non sono mai sovraccarichi di ornamenti: rilievo di stucco per i palazzi, superfici piatte per i fiori, stupenda trasparenza di vetro, magnificenze di pietre e gioielli a volte poste in vasi; delicati, quasi femminili contorni con ponti si fondano in una armoniosa linea orizzontale.


Questo alternarsi, questa prodigalità, questa padronanza dei colori e delle forme danno la sensazione di toccare il vero quadro...
Guardando ad uno ad uno i suoi dipinti (o meglio a diversi) si può scommettere che l’arte sensibile e alquanto sensuale di Calogero sia sostenuta da una forte abilità di artista che dà al suo mondo una freschezza che sembra quasi naturale in quel momento.
Così, nella sua orchestrazione finale, questo mondo strano e barocco, pieno di vita, fatto di memorie, e forse di presentimenti, è così esatto nella sua dissertazione che i più severi classicisti lo invidierebbero. Questo è il motivo per cui questo mondo affascina il critico perspicace nella stessa maniera di un sensibile amatore.

F. GALLO

Testo critico - 1985

La pittura di Jean Calogero è fondata sul gioco inventivo della fantasia. Un gioco fervido di trovate paesaggistiche e cromatiche, quasi un inesauribile repertorio di immagini tutte ricche di colore e di narrativa.
La pittura di Jean Calogero è fondata sul gioco inventivo della fantasia. Un gioco fervido di trovate paesaggistiche e cromatiche, quasi un inesauribile repertorio di immagini tutte ricche di colore e di narrativa. Già, perché i quadri di Calogero sono narrazioni di fatti, che potrebbero accadere se noi fossimo più disponibili ad aprire le porte alla magia della combinazione del sogno. Una combinazione che mette insieme l’ordinario e lo straordinario, così, con semplicità, ma appunto per questo con notevole risultato di sorpresa. Un risultato che non si nutre del troppo, dell’eccessivo, ma pretende la lievità, il tocco gentile, per essere in tono con se stesso, con il tempo del viaggio immaginario.
Le polarità di questo andare sono, la Sicilia, da un lato, e Parigi, dall’altro, due amori profondi; vissuti senza riserve, senza rete di protezione. La Sicilia è l’imprinting originario, quello del luogo nativo che ti dà i primi colori, le prime parole, i primi amori, i primi odi. Parigi è l’incontro con l’Europa, con i grandi nomi dell’Arte internazionale, con quanto si fa e si dice da un’ottica elevata. Calogero mette insieme i colori della Sicilia e l’atmosfera del surrealismo parigino, e ne tira fuori un gioioso senso di festa, un distendersi di lunghe passeggiate in luoghi che a volte sono la Sicilia, a volte di Parigi o di Venezia, a volte di puro capriccio senza corrispondere a nessun luogo specifico, come accadeva in tanta pittura settecentesca: Calogero esprime un sentimento genuino dell’essere nelle immagini, una capacità di trasmigrare restando fermi, in rapimento d’estasi per curiosi animali volanti, per sui generis creature, sospese in alto, per dare stupore. Eppure dentro il quadro niente riesce a turbare niente, come se tutto fosse scontato e non ci fosse di che cosa stupirsi. Lo stupore è fuori del quadro, arrestato, al suo confine esterno, da un’abile strategia di misura, di mistura, o di filtro che dir si voglia.
Calogero usa il surrealismo come specchio di convergenze, come imbuto per riduzione all’unità del molteplice, del confuso, dell’assolutamente incoerente da rendere coerente. Il tutto è reso compatto dai colori smaglianti di una eterna primavera, di una inesprimibile tavolozza d’arcobaleno, da un annuncio di quiete dopo la tempesta.


Niente che non sia leggero viene assunto da Calogero nella sua pittura, tutto è impalpabile come bianco polline che volteggia nell‘aria, a seguire i più timidi aliti di vento che lo spingono di qua e di là, tanto polline da rendere mobile l’aria quieta e da disegnare ippogrifi o pesci volanti lì dove non c’è altro che aria, sole e batuffoli bianchi.
Così, dal niente, Calogero fa emergere intere storie sotto gli ombrellini, all’ombra di torri e di navi che travolgono la prospettiva e lo sfondo, venendo a porsi in primo piano, come dire che siamo nel mondo dei mille e un giorno, nel mondo della prospettiva rovesciata, dove un canto si sente più forte man mano che ci si allontana dalla voce che canta. Jean Calogero racchiude nella sua pittura il ricordo della sua infanzia che non s’è cancellata col passare del tempo, anzi si è rafforzata nell’espressione di un volatile regno di magia immaginifica, una magia bianca candida, da cui sono bandite le streghe e gli orchi, così come è bandito anche don Chisciotte e l’ironia del cavalleresco. Questo anche in presenza di un piccolo mondo di cavalieri dalla incerta andatura: ma si tratta di un’epopea di pupi, affidata a un godimento infantile, disponibile.
Quell’infantile che rimane in tutti e che faceva scrivere, al poeta, d’avere dentro un fanciullino, il vero autore della sua poesia. I quadri di Calogero sono delle grandi scenografie stranianti, in essi non c’è mai la simulazione dell’esistenza storica, c’è sempre l’apparenza teatrale, volutamente sottolineatrice della differenza, della individualità dello spazio artistico come spazio proprio dell’illusione, dell’allusione.
La regola d’arte è sempre rispettata, come si rispetta il rito in un grande mercato, come si rispetta la cerimonia all’arrivo di ambasciatori d’un paese lontano. All’interno dello spazio pittorico di Calogero c’è sempre lo sguardo, la strategia dell’osservazione, l’osservazione prestata e quella ricevuta. Le figure pittoriche sono come messe in posa per un click fotografico, in attesa dello scatto fatidico, ma, nello stesso tempo sono in osservazione esse stesse, come messe a scrutare oltre l’orizzonte del visibile.

F.C. Toussiant "Nella sua orchestrazione finale, questo mondo strano e barocco, pieno di vita, fatto di memorie, forse di presentimenti, è così esatto nella sua dissertazione che i più severi classicisti lo invidierebbero."

F. Gallo "La pittura di Jean Calogero è fondata sul gioco inventivo della fantasia. Un gioco fervido di trovate paesaggistiche e cromatiche, quasi un inesauribile repertorio di immagini tutte ricche di colore e di narrativa."

P. GIANSIRACUSA

Testo critico - 1996

“Quando dipingo, mi metto davanti alla tela ed è come se mi chiudessi in una bolla di cristallo. Comincia un viaggio attraverso l’immaginazione e non so dove mi porterà ...”.
In questa espressione di Jean Calogero è racchiuso il segreto della sua pittura. Ogni acrobazia critica che cercasse di spiegare l’artista al di fuori di questa traccia, di questo pensiero, compirebbe l’errore di tradire il suo messaggio poetico.
Il mondo magico di Jean Calogero, fatto di spazi concretamente vissuti e di luoghi incantati che appartengono al sogno, è una “realtà parallela a quella che cogliamo con gli occhi”.
L’artista dipinge con lo stesso sentimento da sempre anche se le variazioni formali ed espressive, scontate là dove il fare è l’esercizio dell’intelligenza, potrebbero far pensare diversamente. Fin dalle prime opere del dopoguerra, pastose nel colore caldo dei nudi e nelle figure malinconiche dei circhi, si sente forte il legame con la pittura moderna europea e in particolar modo con quella francese. [...]
Il soggiorno francese offre all’artista la possibilità di immergersi nel ritmo veloce dell’arte presente e di vedere i luoghi della memoria in maniera sublimata. Lontano dalla sua Aci Castello, lontano dalle città care ai viaggi della sua fantasia, a Parigi, mentre gli occhi e la mente vagano liberi tra le luci dei boulevards, l’ala del sogno vola leggera sulle cupole di Montmartre ed ecco affiorare l’Etna come una nuvola azzurra, gli scogli dei Ciclopi tra gli aranci profumati e le architetture complesse e articolate dei fichidindia, Venezia con i suoi palazzi galleggianti sull’acqua e i ponti aerei, popolati di figure, sospesi tra il mare e il cielo.
Alla stessa maniera quanto torna in Sicilia, nella terra dei miti, nella sua oasi di pace di fronte al mare dei Malavoglia, ai piedi della montagna di fuoco coltivata a limoni, leggera, candida riemerge Parigi con la Madeleine, il Sacré Coeur, il Moulin Rouge, la PIace dell’Etoile e l’Arc de Triomphe, il Boulevard Des Capucines.
E nei flutti della passione ecco anche Venezia col suo Palazzo Ducale, la Ca’ D’Oro, il Canal Grande e le regate col bucintoro pesciforme, agile come una mongolfiera azzurra in gara con un cavallo bianco scattante, imprendibile come le immagini dei sogni.
Lo stesso dicasi per Roma con le fontane berniniane, ampie e invadenti, e le chiese barocche, luminose sotto l’arco del Sole. Jean Calogero “viaggia” di continuo, mescolando le immagini dei luoghi vissuti nel tunnel dei sogni, guidando l’essere in altre località, in città presenti e in città della memoria intrecciate dietro la spinta dei suoi sentimenti, delle sue sensazioni. [...]
Gli stili dell’architettura vengono rimodellati con un nuovo codice e tutte le città del mondo sono assemblate in un singolo, originale, ibrido urbano. [...] I sogni colorati di Jean Calogero hanno origine nei suoi scarabocchi; i suoi viaggi immaginari sono racchiusi in quegli appunti grafici che va tracciando di continuo su frammenti di giornali, su ritagli di cartoncino, su fogli sparsi di agende e quaderni.
L’Artista annota ovunque le sue idee compositive, le ferma sulla carta nell’attesa che si carichino di contenuto, di colore, di materia.
Poi quando il lievito dell’immaginazione imbocca il tunnel del sogno le figure tracciate con semplicità diventano presenze consistenti, gli spazi appena abbozzati si trasformano in profonde prospettive. Alla stessa maniera, le architetture indefinite assumono identità e costruiscono i luoghi urbani della memoria. Ad Aci Castello, più di ogni altra città, sono dedicati i suoi colori squillanti, le sue riflessioni grafiche, anche se il cuore e la mente, [...] spesso sognano Parigi, Venezia e le grandi capitali europee.
Da autentico surrealista Calogero, nei suoi percorsi pittorici, parte sempre da una realtà concreta, da un luogo profondamente vissuto. Ogni volo cromatico tra gli arlecchini e le architetture, tra i cavalieri e le muse, tra gli ombrelli festosi e le marine luminose, ha una origine emotiva che scaturisce ora da Aci Castello o da Parigi, ora da Venezia o da Roma, ma sempre in quegli spazi di vita a cui il cuore è profondamente legato.
Nel “rapimento” poetico però ogni riferimento spaziale perde i suoi connotati iniziali e anche là dove il Sacré Coeur, Sant’Agnese in Agone, le rocce basaltiche... sembrano voler rappresentare luoghi conosciuti, la pittura racconta di una città ideale che ha le cupole parigine, le fontane romane, i canali veneziani, il cielo e il mare della costa acese. [...] Lo scoglio acese, come Pienza e Urbino nei sogni pittorici degli artisti del Rinascimento italiano, diventa “pista di atterraggio” per una città ideale. Ideale appunto, inesistente sulla terra ma viva nella visione poetica di Jean Calogero. Come ne “Le città del mondo” di Elio Vittorini (1950), con le giuste differenze per le implicazioni politico-sociali che caratterizzano l’opera dello scrittore siracusano, Calogero, contrariamente a quello che si può pensare, non vuole assolutamente evadere non vuole uscire dall’autentico, vuole semmai trovare le radici più profonde della nostra esistenza. Ritrovarle e confermarle in una visione, in una immagine di civiltà, la sua possibile, che è diversa da quella presente. Con questa immagine il pittore ristabilisce gli equilibri nei rapporti umani, l’armonia primordiale tra la società degli uomini e gli spazi della natura. Tanta luce cromatica e tante presenze felici non potrebbero rivelare un messaggio diverso.

C. STRANO

Oltre l’Isola. Il basso continuo dell’Etna.

1947. Guerra finita. Si ricomincia. Dopo la distruzione si ricostruisce, dappertutto in Europa. L’America ingessa qualche piccolo osso. La Sicilia ha vissuto, in anteprima, l’euforia liberatoria.
La piana di Catania ha pianificato i conti. Per tutti: fedeli e infedeli, belligeranti, renitenti e pentiti. Il Movimento indipendentista siciliano, alle prime elezioni regionali del 20 aprile accusa le prime sconfitte, dopo cinque anni di impegno accanito. Uno dei suoi inni, parole e musica di un mio prozio, ma soprattutto mio “amico”, Michele Luigi Nicosia, cantava: “Sicilia cha nati ‘da lu mari ‘balia nu stari chiù di li currenti…”
Lui, l’autore, continuò a cantare anche quando le prime bombe alleate distrussero la sua casa a Catania. Cosa che a lui, felicissimo, fece esclamare: “Biniditta bumma!”.
Le correnti sono come le ciliegie, una tira l’altra. E non finiscono mai: tra Scilla, Cariddi e Gibilterra. Il vero simbolo di quest’ultima non è dantesco: limite della conoscenza ecc.ecc.
Ma è questo: entro quest’area ci capiamo, anche senza parole, con mezzi-suoni sibilanti della bocca. Tutto ciò che viene da fuori ci disturba. Ma poi: chi dovrebbe venire da fuori? E dove troverebbe alloggio, essendoci già la base militare americana?
Nell’arte la Sicilia aveva un alfiere. Guttuso nel 1941 aveva esposto, al Premio Bergamo, “Crocifissione”. E ora è trincea sul fronte del conflitto, tutto italiano, figurazione contro astrazione. Per quest’ultima tendenza a Roma arrivavano anche Consagra e l’Accardi. La Sicilia orientale si esprimeva al figurativo con un iceberg, Nunzio Sciavarrello, il quale aveva fatto sue le istanze della Scuola romana dei Mafai, Scipione, Raphaël. Cosa fa un giovane smanioso di darsi all’arte in una Catania idealmente rinchiusa dentro i bastioni di Carlo V? Impara: al liceo artistico (che pare non completi), e poi a bottega, privatamente. Pittura, decorazione, mestiere, mestiere, mestiere. Ma perde il padre quando ha sette anni. E allora all’apprendimento del mestiere si aggiunge il lavoro.
Novello Jack London, si prodiga in tante direzioni. La grande forza di Calogero (quando ancora il suo nome veniva pronunciato sdrucciolo, e non alla francese) è stata quella di capire l’importanza di fortificarsi nella tecnica, nei materiali, nell’impianto compositivo. E di fatti, una volta dominate queste basi del fare arte, tu puoi andare dove vuoi, artisticamente parlando. Calogero prese coscienza piena di ciò. E si incamminò non solo con la fantasia, ma anche con le gambe. Fino a Parigi. Abbagliato da carretti siciliani, da feste popolari, da pupi della Chanson de Roland e dai luoghi comuni, vuoi visivi (pescheria, mercato “a fera o luni”), vuoi sonori (battute umoristiche popolari), Calogero ha un’altra intuizione: prima di dare alla fantasia libero spazio e i supporti tecnici imparati è meglio farle cambiare domicilio. Ed eccolo all’Académie des Beaux Arts. Qualche perfezionamento. Ma non c’è tempo da perdere. Occorre fare l’artista e non lo studente. Per di più, qualcuno lo incoraggia, alla vista dei suoi lavori. E il caso vuole che questo qualcuno si chiami Severini (lo stesso anno, 1947 gli riconosce “molto talento”) e, non è dato capire dove, anche De Pisis (ottobre 1952).
Giunto nella Ville Limière, Calogero, uomo portato a interrogarsi su di sé e sulla sua arte, si sarà posta la pesante domanda leniniana: “Che fare?” E che facevano gli altri? Un nuovo mondo avanzava, nella capitale dell’arte. Una sinfonia (per ricordare Dvorak) polifonica ultrawagneriana e ben oltre il terreno astratto dell’asse Kandinsky-Stravinsky. Se Antonin Artaud invitava all’Art Brut, tra il ‘47 e il ’50 l’arte diventava compulsiva linguisticamente e votata al materismo e al polimaterismo.
Fautrier già nel ’43 aveva proposto i suoi Ôtages (ostaggi), carichi di memoria bellica. Yves Klein si avviava allo Judo e al clima dei Rosacroce. Vasarely faceva il cinetico, mentre Dubuffet brutaleggiava. Mathieu presentava alcuni colleghi affini a lui nella mostra Abstraction Lyrique, all’insegna di materia e gestualità. Magnelli insisteva nell’astrazione geometrica. Renato Birolli si dava il cambio con Calogero nella permanenza a Parigi: quest’ultimo arrivava, il primo partiva. Nel 1950 si affaccia un personaggio rivoluzionario. Strano il nome suo e della sua prima opera data alle scene: Eugène Jonesco in “La cantatrice calva”.
Il bagno impressionista. Ora, che cosa può penetrare nella mente avidamente curiosa di un giovane appena giunto a Parigi, in mezzo al frastuono provocato dal nuovo, oltre i surrealismi, le metafisiche, i dadaismi, gli astrattismi? Ecco la risposta: ciò di cui tutti erano imbevuti, inzuppati: da molto, da poco, da pochissimo.
Dovunque ti giri, in qualunque arrondissement, ne respiri l’atmosfera, la consistenza, l’inconsistenza, i baluginii, i tremolii, le vibrazioni di luce. Dovunque ti giri ci caschi: si tratti di Degas (Calogero abitava nella casa che fu del maestro impressionista) o Monet, Manet o Renoir. O te ne rendi conto o ne cadi vittima. Senza possibilità di recupero. Non c’era alternativa: o fare i conti con l’impressionismo o fare i conti con l’impressionismo. Diversa sarebbe stata la situazione se Calogero fosse arrivato con un background culturale più aggiornato.
Come accade a Burri. Ma in un percorso inverso. Calogero si muove da Catania verso Parigi, diversamente dall’umbro che torna a Roma dopo diverse provocazioni ricevute in Usa. Non è difficile rilevare che non c’è posto, nella sensibilità del catanese, per rivolgimenti compulsivi alla Pollock o alla Soulages o alla Vedova o alla Burri o alla Fontana. L’impressionismo francese, a dispetto del tempo passato (oltre 60 anni), a dispetto degli attacchi assestati dai movimenti seriori, anche se ha smesso i panni di tendenza deviante, non ha perso in ogni caso lo smalto al livello dell’inventiva compendiaria, della sintesi immaginativa (più allusa che detta), al livello, anche, di una certa civetteria, per dirla con De Saussure, nella “langue” (il vocabolario generale) e nella “parole” (il connotato realizzato dall’artista).
Les jeux ne sont pas encore faits, per parodiare l’espressione dei croupier. I giochi sono aperti: proprio sul terreno dell’impressionismo. Se non conoscessimo il dipinto “Bar aux Folies Bergères”, saremmo indotti a dire che abbiamo scoperto un Manet inedito. Dell’impressionismo Monsieur Calogero, ora Jean, ha metabolizzato ogni istanza, contenutistica e linguistica.
Quanto al soggetto umile, nessuno sforzo. Lo stesso artista ricorda che, da ragazzo, si imboscava volentieri nella soffitta di casa: un deposito di oggetti dismessi e vecchi, odore di muffa e di passato, odori di cose fuori dal tempo, come narra una vecchia canzone intonata nostalgicamente al “Vecchio scarpone” che fa rivivere tanti ricordi (la imparai, bambino, a Camogli).
Là, per sua ammissione, Calogero si rifugiava, sfuggendo alla realtà quotidiana ed eterna: quella delle contrarietà, dei malintesi, delle lotte nella società, dei grandi pensieri angoscianti e tristi. Ed ecco l’armamentario dell’artista: bambole, balocchi e profumi, ombrelli, nature morte, manichini, abiti carnevaleschi, maschere, gabbie per uccelli, maschere, e ogni stilizzazione figurale (soprattutto soggetti femminili) e ogni situazione paesaggistica, terrestre o marina, da questi oggetti provocata. In questi oggetti c’è il leit motif iconologico di Calogero.
Un’altra situazione iconologica è data da spaccati urbanistici e architettonici su base realistica. Un terzo corredo iconologico è legato al racconto mitologico o epico. Si tratta di capire meglio, ora, con quale piglio poetico Calogero si cala in queste tematiche iconologiche. Al Circo, 1948 (cm. 54x73). La tessitura compendiaria del colore (una tavolozza ricca e accesa) la fa da protagonista, ad eccezione del piccolo clown in primo piano a sinistra. Se si esclude il colletto (un rosso sfaldato e sfilacciato), per il resto ogni altro elemento rappresentato è ricco di particolari di stampo realistico: cappello, anch’esso rosso, blusa blu con bottoni rossoneri, capelli bruni. Calogero ha vestito un viso inespressivo, uno sguardo fisso sperso, privo di anima. Un viso stereotipato a cui il rosso acceso delle labbra non dà (né lo si vuole) carattere o significato. Il laboratorio di Calogero si rivelerà presto pieno di sorprese, rocambolesco, capriccioso in modo sornione ma autentico nella sua verità disarmante.
Questi primi alambicchi producono la fusione tra la “pittura di tocco” impressionista e un tratto poetico e compositivo che recupera il picassiano periodo blu: per cromatismo, soggetto e atmosfera generale. Le cromie luministiche dei personaggi (quasi colpi di luce) si consolidano, secondo il Cézanne della Montagne Sainte-Victoire (ma più ancora dei Giocatori di Carte) in materismo policromatico e grumoso del Nudo (con un po’ di memoria di Renoir) del 1949. Aveva ragione nel 1956 Waldemar George (che, assieme a Maximilien Gauthier, ha dato i primi ma forse gli unici veri contributi alla ricerca di Calogero) a fare cenno al “tachisme”, al gusto per la macchia di stampo informale: una nota di aggiornamento che l’artista non avrebbe mai ricevuto a Catania.
Ma c’è da pensare che il dipinto non casualmente porta la stessa data di nascita dell’École de la Réalité, ad opera dell’artista Henri Cadiou: i drappi vivono di vita interdipendente per forza di valore timbrico, rosso, rosso striato di nero e verde con macchie rosse. L’incarnato è pruriginoso, con ombre colorate, secondo l’esperienza impressionista. Il dado è tratto: nessuna eco di mediterraneità arabeggiante.
Calogero entra nel respiro europeo proprio del contesto parigino con una piccola mediazione fauve. Breve l’interesse per questa piega verso la “réalité”. Essa fa sognare poco, non lascia spazio all’immaginazione e ancor meno alla fantasia.
Nell’economia generale dell’opera di Calogero, il terreno surrealista sembra prenda il sopravento sull’influenza impressionista. Se questo può dirsi sul piano poetico (ma con ampie riserve che stiamo per dire), non vale sul piano del linguaggio e della tessitura cromatica. In rapporto a questi ultimi rilievi, la lezione impressionista, frammista a rapidi ammiccamenti alla “macchia” (tache; ma escluderei, diversamente da come ha fatto Waldemar George, il riferimento ai Macchiaioli che non sfiorano minimamente Calogero) rimane una costante, sia pure come leit motif di fondo.
Surrealista, Calogero? Facile a dirsi. Difficile convincersene. Calare un grande cavallo bianco bardato guidato da un cavaliere-manichino e amorfo in un paesaggio, ad esempio in un contesto lagunare con donne ottocentesche con ombrellino, non senza le insistenti gabbie sparse qua e là è impresa ariostesca. Ciò, anche in virtù delle sovrapposizioni temporali. Ma l’opzione surrealista insiste, come ha detto chiarissimamente Breton, sull’automatismo psichico puro, ossia su uno stato fortemente onirico. Non basta che la fantasia si scapricci, non basta ciò che può risultare impossibile. Occorre l’incursione nella psicologia del profondo. Ossia un’attitudine (si direbbe, con Riegl, una “volontà d’arte”) fortemente introspettiva, spontaneista nella propria follia. Daremmo meno credito a Dalì se non fossimo toccati anche dalla sua vita performativa. Sotto questo aspetto, Calogero rimane molto mediterraneo, molto solare e soleggiato per essere un vero, seppure tardivo, surrealista.
Ci vuole un’attitudine comportamentale che accompagni gli oggetti d’arte, per essere surrealisti doc. La famosa espressione di Lautréamont “l’incontro casuale di un macchina da cucire e di un ombrello in un tavolo operatorio” va decadentisticamente estesa a tutto il personaggio. Leonardo Sciascia, nell’introdurre l’opera di Calogero nell’occasione della mostra alla Robinia di Palermo (1969) tutto sommato intuisce questo inganno, anche se si limita a dire che si tratta di un surrealismo opera di un siciliano. Ossia un non surrealismo.
L’opera dei pupi, il carnevale, la mitologia, il circo salvano Calogero dalle grinfie onnivore di Dalì. L’importante è conoscerle, queste grinfie: quanto basta per starsene poi alla larga. Anche per non essere un falso surrealista, e per continuare ad essere siculo arricchito da un’ampia visione. Calogero ha una rivendicazione sindacale forte e irrinunciabile: il diritto a sognare. Un sogno ad occhi aperti. Un’evasione vera, ariostesca, appunto, ossia tale da rendere paradossale la realtà da cui parte. Il surrealista è un prigioniero che sogna di evadere. E allo scopo rimugina sul proprio inconscio. Calogero è un uomo libero che sogna di evadere con piena coscienza e pieno controllo dei propri stati emozionali. Come il puparo che muove i fili, e, nel mentre lavora e gode, partecipa al gioco. Un’unica condizione ludica, dove tutti sono attori: i pupi, i fili, la voce, la musica, il puparo stesso. Calogero, avendo forte il senso della scena, probabilmente era a conoscenza del principio di Supermarionetta introdotto da un caposaldo della scenografia contemporanea, Gordon Craig. Il puparo Calogero, tradotto in continentale, è una supermarionetta. E lasciatemi sognare (giocare) come voglio, non datemi regole programmatiche. Ciò non esclude il fatto che deve aver visto, al suo arrivo a Parigi, una mostra di richiamo. Alla galleria Maeght, Breton e Duchamp presentavano una mostra riassuntiva sul surrealismo internazionale. La viva curiosità di Calogero ne avrà subito il contagio. Ma non si dimentichi che l’artista ebbe a dire, nel ’57, a François Christian Toussaint che “il colore non si vede, ma si sente”. In questo caso, il sentire il colore è incompatibile con l’elucubrazione pretestuosa dell’automatismo psichico puro. Tanto che, se conforto per quest’espressione vogliamo trovare, conviene rifarsi a un non-elucubratore, pur esponente del surrealismo. Mi riferisco ad André Masson. Ma qui l’attenzione si sposterebbe sulla casualità. E da questa Calogero è lontano quanto la sua anima è lontana da questo mondo. Perché non rispettare l’attitudine integra, vitalistica, a fondere gioco e sogno? Un binomio non asettico, bensì animato dai fantasmi della propria spiritualità, della propria cultura, delle proprie tradizioni. Tutto solare? Tutto solare. Calogero non è uno chef canonico, non rispetta il manuale dell’Artusi. I suoi appetiti o le sue golosità sono convinti e convincenti. Gli ingredienti sono quelli suggeriti da questi appetiti. Il dosaggio altrettanto. Quanto di Metafisica? Quanto di Arcimboldi? Quanto di Piero della Francesca mediato da Seurat? Quanto di Magnasco o di Canaletto? Quanto di barocco? A Parigi c’era un personaggio ingombrante, non solo fisicamente. Diede un forte contributo alla modernizzazione. Calogero probabilmente non avrebbe portato fruttuosamente a termine il suo progetto di originalità, senza il “raffreddamento” cromatico, formale, impaginativo (ammiccante al cloisonnisme) derivato da Fernand Léger. Quando subentra questa incidenza, la fantasia di Calogero prende il sapore del futuro. E gli spaccati urbanistici e i paesaggi sono aggrediti dall’arcivernice del famoso e dimenticato Pier Lambicchi. E tutto si anima, come per incanto. E vive di vita nuova. Come piazza Navona. Immagino quanto interesse scoppierebbe in Bob Wilson se dovesse imbattersi nelle opere di Calogero! Va detto che un tale laboratorio dell’improbabile (dove fa capolino Jonesco, non tanto per l’assurdo quanto per il paradossale) non ha giorni né orari di chiusura. Quando si pratica l’atemporalità, o si è sempre chiusi o si è sempre aperti. L’alchimista Calogero si rivela un abilissimo, originale e accattivante manierista che fra le sue provette non ha quella della casualità. Il suo laboratorio è stato sempre attivo. Come il malcelato sottofondo esistenzialistico che fa da basso continuo, anche quando non si sente. Come accade con l’Etna.
Si dice di richiami affettivi, a proposito del suo rimpatrio a Catania. Sono portato a pensare che Calogero, mercantilmente fortunato (anche in Usa e Giappone, America del sud) ma poco toccato da quest’aspetto, aveva esaurito il suo confronto con quella che ormai era l’ex-Ville Lumière. Peraltro, nuove ondate avanguardistiche si affacciavano a stordire le sue peregrinazioni paraoniriche. I modi espressivi si erano nutriti di internazionalità, ma il modo sognante di esprimersi aveva mantenuto le sue radici ad Aci Castello, nei luoghi omerici. Forte impulso a partire per Parigi, forte impulso a tornare a Catania. È del 1982 la mostra dal titolo significativo, a questo riguardo, “Luci e sogni della mia terra” realizzata nella città etnea. In apertura di catalogo scriveva: “Sono tornato a cogliere a piene mani luce e sogni… Da Parigi, dove ho vissuto per decenni e dove ancora ho studio, le mie opere hanno percorso in lungo e in largo i continenti ed io con esse. Ma la nostalgia per questa mia terra era patina agli occhi e tristezza al cuore”. Da questo stato d’animo e dalla natura della sua poetica non ci si poteva aspettare, certo, radicali cambiamenti. Salvo che un raptus non lo avesse portato a concepire un tipo d’arte totalmente diversa. Ma la natura va rispettata. La conseguenza è che dal suo ritorno in patria Calogero, tecnicamente consumatissimo, si fa fruitore di se stesso, tuffandosi nel godimento pieno della sua dimensione atemporale.

Catania, 30 giugno 2010

P. Giansiracusa “Quando dipingo, mi metto davanti alla tela ed è come se mi chiudessi in una bolla di cristallo. Comincia un viaggio attraverso l’immaginazione e non so dove mi porterà ...”

C. Strano "1947. Guerra finita. Si ricomincia. Dopo la distruzione si ricostruisce, dappertutto in Europa. L’America ingessa qualche piccolo osso. La Sicilia ha vissuto, in anteprima, l’euforia liberatoria."